Quando lo Stato organizza e incentiva la morte di persone sofferenti e fragili (lettera di Marco Maltoni pubblicata da Avvenire)

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Caro direttore,
in un messaggino una cara amica, riferendosi a Noa come presente, mi ha scritto: «Speriamo che ci possa perdonare, ora che vede il Senso delle cose». Altro, su Noa Pothoven, non si riesce a dire. Sulla sofferenza dei genitori, del fratello, della sorella, si può solo sperare che non rimanga isolata ma che trovi qualcuno che non distolga lo sguardo, nemmeno in Olanda.

Vorrei invece portare all’attenzione il clima culturale nel quale la vicenda di Noa è accaduta. Alcuni hanno sottolineato che tecnicamente non si tratta di eutanasia ma di un lasciarsi morire individuale, e che quindi la legge e lo Stato olandesi non sono ad alcun titolo coinvolti. Io credo invece che la storia di Noa sia possibile anche proprio in ragione della mentalità per la quale ormai in Olanda e in altri Paesi la morte è vista come soluzione preferibile. Theo Boer, professore di Bioetica e ricercatore, considerando l’eutanasia come una legittima ultima spiaggia, dal 2005 al 2014 ha servito come membro del ‘Comitato regionale di revisione della eutanasia’.

Nel 2014 diede però le dimissioni, producendo un lungo e articolato report, in cui scrisse: «A mio parere, il fatto che la morte medicalmente assistita (Mma) sia stata resa legale ha contribuito a un cambio di paradigma (nella coscienza collettiva) come passaggio della Mma da ultima spiaggia, a una soluzione tra le altre, al modo automatico di morire (‘ default way to die’) ». Alcuni numeri avvalorano questo suo giudizio. Dal 2002 al 2017 in Olanda le morti annuali per eutanasia sono passate da 1.882 a 6.585, con un incremento del 250%, diventando 18 al giorno, in una popolazione di 6 milioni di abitanti. In Italia, mantenendo lo stesso rapporto, sarebbero 180 al giorno, cioè quasi 66.000 all’anno. In più, diceva Boer, si sono ampliate le tipologie di ammalati: dai pazienti neoplastici a pazienti con patologie psichiatriche, demenze, patologie neurologiche, cardiovascolari, polmonari, o anche solo anziani. E qualche minorenne.

Sono inoltre aumentate esponenzialmente le morti nelle ‘cliniche di fine vita’, strutture o programmi domiciliari con l’unico scopo di effettuare la Mma, senza alcun rapporto precedente con la persona e la sua famiglia. Il rapporto di Boer si conclude dicendo che ha maturato la convinzione, in 10 anni di verifica dell’applicazione della legge, che lo Stato non abbia tra i suoi compiti quello di incentivare e organizzare la morte dei suoi cittadini preda della disperazione, ma di affrontare quelle situazioni con un atteggiamento proattivo di cura. Dati analoghi giungono dal Belgio, dove l’aumento dal 2003 (235) al 2017 (2.309) è stato del 1.000 per 100.

Assuntina Morresi il 6 giugno ha scritto su ‘Avvenire’ : «Non si tratta di scivolare lungo un pendìo, quando si apre alla morte richiesta e assecondata, ma si entra in un altro mondo, un Mondo Nuovo senza umana solidarietà e senza speranza, dove è meglio morire che vivere». I numeri aiutano a capire come questo ‘cambio di mentalità’ presente in una società, con un processo che i tecnici chiamano ‘ nudging’ possa contribuire a indurre nella mente di chi si trova in uno stato di grande fragilità una sorta di ‘obbligo volontario’ a farsi da parte.

Marco Maltoni Direttore Unità Cure palliative Forlì

 

La risposta del direttore di Avvenire Marco Tarquinio

La ringrazio molto, caro professor Maltoni, per la delicatezza unita a soda e concisa chiarezza di questo suo contributo alla riflessione comune sulla grande questione che la straziante vicenda e la sconvolgente morte della diciassettenne Noa Pothoven hanno riportato sotto gli occhi di tutti e nelle coscienze di tanti di noi.

Una questione che è riassunta in una frase del bioeticista olandese Theo Boer che lei – medico in prima linea nella battaglia contro il dolore – rende in modo incisivo: tra i compiti dello Stato non c’è quello di «incentivare e organizzare la morte dei suoi cittadini preda della disperazione», ma c’è il dovere di affrontare le situazioni di fragilità, disagio e sofferenza «con un atteggiamento proattivo di cura». Condivido pienamente, condivido tutto. Soprattutto la denuncia, dati alla mano, dell’effetto incentivante delle leggi eutanasiche varate in Olanda e Belgio nel moltiplicare lo ‘scarto’, rivestito di ‘libera’ auto-rinuncia, di vite incrinate e incamminate sugli ardui crinali del dolore fisico e psichico.

Non ho l’esperienza e la competenza specifiche sua e di Boer, o della presidente italiana del Movimento per la Vita, Marina Casini Bandini, intervenuta ieri sulle nostre pagine , ma a mia volta non mi stanco di sostenere una visione dello Stato che contempla come primo compito la difesa del bene della vita dei cittadini, una difesa che possiamo e dobbiamo concepire come ‘cura’. È l’esatto contrario dell’«incentivare e organizzare la morte». E la contestazione a cui ‘Avvenire’ cerca di dare voce e corpo riguarda ogni forma di legislazione e azione mortificante: l’eutanasia (attiva e passiva) come l’irrogazione della pena capitale e l’omissione del soccorso a chi è nel pericolo e nella persecuzione, sino alla più antica e crudelmente organizzata delle prepotenze umane contro la vita, la guerra.

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