Melazzini, una straordinaria testimonianza sulla dignità umana nella sofferenza

http://www.amicihospiceforli.it/wp-content/uploads/2017/03/melazzini-primo-piano.jpgMelazzini, una straordinaria testimonianza sulla dignità umana nella sofferenza

Quando la malattia arriva è come un ciclone che si abbatte violento sulla nostra vita, producendo reazioni spesso riconducibili ad una unica domanda: “Perchè proprio a me?”. Figuriamoci quando la sofferenza bussa alle porte di un medico: spesso l’effetto è ancora più devastante e il sentimento che ne scaturisce è l’incredulità che un evento del genere possa capitare proprio a chi, avendo il compito di curare gli altri, si ritiene praticamente immune da qualsiasi tipo di malattia.
Questo tumulto di pensieri e riflessioni ha accompagnato anche Mario Melazzini, quando nel 2003, dopo alcuni avvisaglie e le prime difficoltà fisiche, ebbe la sentenza confermata da più specialisti: “Lei ha la SLA”.
Con questa premessa l’illustre oncologo si è presentato alle oltre 150 persone che venerdì 9 ottobre gremivano il Teatro Comunale di Dovadola, nel corso della Conferenza “Quale possibilità di bene nell’esperienza della malattia?”, promosso in occasione del decennale dell’Hospice della cittadina che ha dato i natali a Benedetta Bianchi Porro, a cui sono intervenuti anche Gabriele Zelli (sindaco di Dovadola), Marco Maltoni (direttore dell’ U.O. Cure Palliative ASL Romagna sede di Forlì) e Marcello Tonini (direttore generale ASL Romagna).
Melazzini ha raccontato la storia della propria malattia, mettendo in risalto il lungo e difficile percorso che lo ha portato da un rifiuto totale della sua nuova condizione alla scoperta del senso della sofferenza e delle innumerevoli opportunità di bene che la sofferenza stessa gli ha permesso di seminare a beneficio dell’intera comunità.
“Dapprima – ha raccontato Melazzinimi sono isolato da tutti. Fu devastante perché mi resi conto di scontrarmi con l’impotenza della scienza medica, per di più in un contesto in cui la mia malattia avanzava in modo galoppante: prima zoppicavo, poi le difficoltà agli arti, alla respirazione e alla deglutizione. Arrivai ben presto ad un convincimento: con questa malattia non è possibile convivere. Ed io, medico e per di più cattolico praticante, decisi che volevo anticipare il mio degrado: pensai addirittura, prendendo contatto con un Istituto Sanitario svizzero, ad una sorta di suicidio terapeutico assistito”.
Poi la svolta: quando Melazzini riceve comunicazione di un primo appuntamento in Svizzera, isolato da tutti durante un lungo soggiorno in una località montana, si pone una domanda chiave: “Cosa posso ancora fare e cosa non posso ancora fare nella mia condizione?”. La risposta che ne scaturisce è sconvolgente: la lista dei punti di debolezza è legata unicamente alle limitazioni fisiche, mentre quella dei punti di forza è un fiume in piena di positività: capacità di ascoltare, sostegno ai figli, amicizia ad altri malati, condivisione di professionalità e talenti…
“Solo allora – continua Melazziniho scoperto la chiave della mia vita: sono una persona fortunata, perché mi è stata offerta l’opportunità di vivere la sofferenza come un valore aggiunto della mia vita. Mai avrei pensato di creare centri clinici per la cura di malati o di impegnarmi in ambito amministrativo (come tecnico e politico) o, ancora, di fare il consulente al Ministero. Chi mi dà la forza per fare tutto questo oggi che sono fermo in carrozzina con limitazioni importanti? Lo sguardo vicendevole delle persone che mi stanno vicino e che incontro, la speranza che viaggia sempre con me e mi aiuta a dare sempre il meglio, il generoso sostegno dei volontari, veri promotori di misericordia: tutti sentimenti che mi donano grande dignità e mi fanno apprezzare la vita nella mia condizione”.